An-nisa: donne musulmane e società

Per favore basta con la favola della donna islamica ghettizzata, schiavizzata e succube. Se nel mondo islamico dilaga l'ignoranza la colpa non è dell'islam, ma dell'oblìo dell'islam. Un po' di verità - e di opinioni - sulle svariate realtà di oggi. Metablog delle voci femminili islamiche in Italia.

24-25.05.2002 : Abou El-Kassim Britel subiva extraordinary rendition da Islamabad a Rabat
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martedì, ottobre 30, 2007

Una donna libera rimane affamata, ma non si sottomette

Per chi non parla la lingua inglese, vediamo l'America che offre il "pane" della sottomissione e la "zuppa" dei compromessi.
La donna esclama: "Una donna libera rimane affamata, ma non si sottomette!".


Mi piace questa vignetta! Mi piace l'immagine di questa donna che, esprimendo bene ciò che prova la maggior parte di noi donne musulmane, non si sente sottomessa dal velo che porta, ma anzi si dichiara una donna libera e non disposta a sottomettersi!

Mi fa sorridere un atteggiamento  molto comune di questi tempi in Italia.
Si cerca di mascherare come "difesa della cultura italiana" quello che a me appare essere un atteggiamento di paura del diverso, di mancata accettazione, di incapacità di tradurre in azioni concrete quelle libertà garantite dalla Costituzione Italiana, e da tutti accettate a parole ma non a fatti, come la libertà di culto.

Sento dire che bisogna ostacolare la costruzione di nuove moschee in Italia, in quanto le moschee sono pericolose, reclutano terroristi, li allevano, li istruiscono, incitano la gente al terrorismo.
Io la moschea la considero un luogo di culto, per gli uomini musulmani eseguire la preghiera del venerdì in congregazione nella moschea costituisce un obbligo religioso.
Sento un contrasto tra il garantire la libertà di culto e l'impedire ad un fedele di adempiere agli obblighi derivanti dal proprio culto.

Mi fermo! Mi concedo il tempo per qualche riflessione!

Però, dico io, lasciamo stare per un momento i diritti tutelati dalla Costituzione, perché qui c'è un problema di fondo, un problema di buon senso, non di tutela.
Credo di aver sentito parlare di diverse organizzazioni segrete, i templari, la carboneria, i partigiani durante la seconda guerra mondiale, mi pare di aver anche sentito parlare di gruppi terroristici, le brigate rosse, l'ETA, l'IRA... e allora?
E allora, mi chiedo, ma questi "terroristi islamici" sono davvero i più scemi di tutti? Che se non gli costruisci una moschea, possibilmente bella grande, non ce la fanno ad organizzarsi?
Ma a chi verrebbe in mente di organizzare un attentato in un luogo pubblico, al quale tutti possono accedere? Eh sì, perché nelle moschee si può andarci, credetemi, non c'è l'omino con la spada pronto ad ammazzarvi dietro la porta d'ingresso, no!

Le uniche moschee al mondo alle quali è vietato l'accesso ai non musulmani è sono la Moschea Al-Aqsa, e quella che in inglese chiamano Dome of the Rock, in parole povere è vietato l'accesso alla spianata delle moschee a Gerusalemme.
Ehm, no, non sono i palestinesi ad impedire l'accesso, sono i soldati israeliani!
Ma di questo parlerò un'altra volta.

Per ora diciamo soltanto che se i terroristi vogliono organizzarsi in Occidente, ma suvvia, saranno pur capaci di farlo così come organizzazioni segrete, gruppi terroristici e quant'altro hanno fatto per secoli.
Non diciamo che se costruiamo le moschee possono organizzarsi, se non le costruiamo li blocchiamo.
Per cortesia!
Finiamola una buona volta di insultare l'intelligenza della gente!

E torniamo alla cultura.
Se permettessimo la costruzione di moschee in Italia, la cultura italiana andrebbe perduta, verrebbe sopraffatta da quella musulmana. Ok, diciamo che sia così.

Però sento pure che bisogna impedire che le donne musulmane vengano oppresse, obbligate a portare il velo, e tante altre amenità.
Mai venuto in mente a nessuno che anche i musulmani hanno una cultura, e che anche a loro piace mantenerla la loro cultura? Incluse le donne! Sì, sì, pure loro.
Anche se io ho indugiato nell'uso della parola cultura a sproposito, qui è bene fare un distinguo:
Per le donne musulmane portare il velo è un obbligo religioso, non una semplice tradizione.
In realtà anche per le donne cristiane dovrebbe essere un obbligo religioso indossare il velo in chiesa, anche se ormai pare sia caduto in disuso.
Quello che più mi stupisce in realtà è il fatto di leggere su blogs vari che indossare il velo è inaccettabile in Italia, che non fa parte della nostra cultura, addirittura lessi recentemente in un blog che se si permette l'uso del velo allora la gente dovrebbe uscire con il casco da motociclista per protesta.
Ma sono davvero rimasta l'ultima persona in Italia a ricordare che mia nonna e le sue coetanee  portavano il fazzoletto? No, no, non le obbligavano i mariti, ve lo giuro! Non si sentivano oppresse, sottomesse, private della loro identità e della loro femminilità, no!
Chi se l'è dimenticato, può dare un'occhiata a
www.sansperate.net/artcult/espass.html
Io guardo e credo di vedere immagini delle tradizioni italiane.
Sul sito
www.mitidiromagna.it leggo:
La immaginiamo così: rubiconda in viso e un poco sporca di farina con un fazzoletto in testa od un cappellino a raccogliere i capelli. L’azdora moderna discende da colei che era la regina del focolare romagnolo, il simbolo positivo di una operosità instancabile e il cardine del tradizionale nucleo famigliare in Romagna.
E ancora una volta credo di leggere di tradizioni italiane.

Sono perplessa. E stanca.
Però sono anche felice di essere una donna libera, una donna che non ha bisogno di spogliarsi per sentirsi libera ed emancipata, una donna che sa che la libertà è interiore e non esteriore.
Sono i divieti che privano della libertà, sarà il divieto di indossare il velo che toglierà la libertà alle donne musulmane, non il contrario.
venerdì, ottobre 05, 2007

Del kufr, dell'islam e di altre sfumature

 Da "profana", vissuta in mezzo all'islam-spaghetti e a questo sicuramente moderno e italianissimo islam-concept, non so se per classismo o semplicemente a pelle, ho sempre concepito come due mondi assolutamente distinti il mondo del kufr e il mondo dell'islam. Quand'ero kafira, per me, ero kafira. Sia quand'ero cattolica, che quand'ero atea e pure quando tentavo di fare la pseudo-teosofa.
Era così, era il kufr: il mondo dell'incertezza, della confusione, dell'angoscia, dell'insoddisfazione, della ricerca reiterata e del cammino nebuloso.
Il mondo di chi non lo sa se Dio c'è oppure no e che "fisionomia" ha.
Poi, un giorno, si è accesa una lampadina di colpo. Ma, da quel giorno, non sono diventata più brava, più saggia e più buona. Anzi, ho continuato a sbagliare credendomi nel giusto, ho sbattuto i denti inutilmente contro l'impossibile ed ho lottato per cause che non mi appartenevano per niente e che non appartenevano nemmeno all'islam, credendo di fare tutto questo - appunto - per l'islam, per l'akhira e per piacere all'Unico, continuando a girare a tondo attorno a me stessa, senza muovermi di un passo.
Da quel giorno, però, ho iniziato a vedere il mondo con altri occhi, a sentire altri profumi, ad assaporare altri gusti ed ho "saputo" che tutto viene dall'Uno e che nell'Uno il tutto risiede e che non c'è altro Dio all'infuori di Dio e che il Messaggio del Sigillo dei Profeti è l'unico archetipico, l'unico nel quale mi ritrovo passo passo e l'unico attraverso il quale mi comprendo e mi sento in pace, a casa mia.
Mia mamma è mia mamma. E per me non è kafira perchè è cattolica o perchè va a messa, ma è kafira perchè prega Padre Pio e va in pellegrinaggio al suo santuario, così come io per lei sono un'apostata sflesciata, una figlia ribelle e pure un po' sconsiderata, che però, guardacaso, da qualche anno a questa parte ha trovato il suo centro e il suo equilibrio ed ha smesso di fare scemate, chissà com'è! Voglio bene alla mia mamma kafira e non smetterò mai di ringraziare - e Ringraziare - di avermi dato proprio lei, così kafira com'è, con i suoi valori inconsapevolmente islamici, con il suo pudore innato, la sua "casalinghitudine", il suo modo spudoratamente islamico di dedicarsi alla famiglia in modo pieno e totale, senza grilli per la testa e senza fronzoli. Bhè, ecco, se smettesse di pensare a Padre Pio e andasse al sodo, avvicinandosi a Dio in maniera diretta, sarebbe una musulmana tremila volte meglio di me che ancora fatico da morire a rispettare molte delle cose islamiche che lei, come kafira, ha sempre dato per scontate! Bhò! Davvero strana, 'sta vita!
E ce ne sono, sapete, di kuffar che mi stanno attorno che l'islam ce l'hanno nel sangue e non lo sanno. E tu te ne stai lì, ad osservarli vivere, a ricordarti di com'erano quando tu eri laggiù e ti dimenavi e non sapevi che pesci prendere e ti perdevi, mentre loro si perdevano solo a metà e per il resto restavano integri, fedeli, saldi e non tradivano quell'islam che nemmeno sapevano di praticare e non tradivano sè stessi.
Ci sono persone che l'islam ce l'hanno nel sangue e non lo sanno. A me piace chiamarli comunque kuffar, quasi per simpatia e per dovere, più nei loro confronti che nei confronti delle catalogazioni gratuite. Per una questione di onestà intellettuale.
Quando dico "kuffar" con disprezzo è un'altra cosa. E mi pare che si senta, tra i pixel, com'è.

Ci sono poi persone che camminano su un filo sottile: quelli che dicono di essere musulmani e dentro si dibattono e "vedono" solo a metà e quelli che "sono musulmano" non lo diranno mai, eppure nel loro cuore hanno fatto un patto al quale si mantengono fedeli, lontano dai nostri sguardi e dai nostri giudizi.
Meraviglia delle sfumature.

domenica, luglio 29, 2007

 Miss Arabia: una riflessione
da: http://www.islam-online.it/missarab.htm


 "E inconsistenza possibile dell’hijab… Possibilità che un velo diventi esibizione, paravento di un vuoto, guscio di una tradizione, pseudo-modestia, surrogato di religiosità autentica…
E rischio che una modernità necessaria diventi imitazione pedissequa degli stilemi occidentali, evadendo la ricerca autentica della proprie radici e il confronto di queste con le istanze più autentiche della coscienza attuale…" (P. K. Dal Monte)

Semplicemente un businnes. Una genialata. Mi fa pensare alle sfilate di moda in cui il kimono diventa un corpetto striminzito e la busta della spazzatura una mini. E' tutto molto Pop Art. Post-modernismo cronico. Prendersi gioco dello spettatore. E prendersi gioco anche dell'islam e di noi povere sceme che abbiamo creduto che indossare il velo, oltre che uno status simbol, fosse anche l'espressione di un sentimento e modalità indispensabile per condurre una vita diversa. E diversa, perchè più profonda.
Ci sono vari modi di indossare un hijab. Per molte è solo un eskimo, per altre è un dovere, una consuetudine, la prassi. Per molte altre è una lotta. Una lotta dura e dolorosa. Una conquista. Una battaglia, una guerra che, a volte, può anche rivelarsi, di colpo, niente più che un atto di semplice testardaggine. Un capriccio che denuncia un rifiuto cronico della realtà. La non accettazione di ciò che Allah - SWT - ha stabilito. Un atto di ribellione nei confronti del Creatore. Una forma di miscredenza.
Non so per voi. Ma credo che per me sia stato un po' così, ad un certo punto. Non potevo indossarlo e pensavo che la mia vita non avesse senso senza l'hijab. Non potevo portarlo e pensavo che il mio islam non valesse niente senza l'hijab.
Ed ora faccio i conti con me. Fino a quando posso faccio i conti con me.

sabato, marzo 17, 2007

E per sfatare - teoreticamente - un altro mito...
Quando, come, perchè e - soprattutto - in che senso è possibile riferire la parola "haram" alla donna


Fotina prelevata da: http://gaiabound.giovani.it/all/20

Il significato della parola "haram" relativamente alla rispettosa inviolabilità della donna.
Da Abdel Nur 
interessanti chiarimenti sul tema che ritengo valga la pena di riportare integralmente.

All’interno dell’ampio e complesso dibattito circa il “velo islamico”, pare opportuno considerare con speciale attenzione una tra le questioni più frequentemente fraintese.
Vien detto spesso che tra i principali motivi d’adozione del velo vi sarebbe la necessità di neutralizzare l’impurità connaturata alla donna; quest’affermazione presuppone dunque che la donna sia una creatura da reprimere e scansare, quasi una sorta d’intoccabile fuoricasta del genere umano. Si tratta d’una tesi che muove da una comprensione errata del lessico religioso, che d’altronde è comune perfino ad alcuni musulmani.
Ciò che definisce dottrinalmente lo status della donna è il termine haram. Si tratta d’una parola assai complessa, anche per il ruolo che ha assunto nel lessico delle scienze giuridiche. Nell’ambito del diritto (fiqh), essa sancisce l’illiceità di alcuni comportamenti, tra i quali l’accostarsi alla carne di maiale e l’ubriachezza sono solo i più noti tra molti altri. In quest’ottica, giuridicamente, definire haram la donna equivale a proibire ogni genere di rapporto sessuale che avvenga al di fuori del vincolo matrimoniale, improntato al rispetto ed alla condivisione.
E’ tuttavia naturale che l’accostamento, entro una medesima categoria giurisprudenziale, di situazioni così differenti – come le norme alimentari ed il rapporto tra i sessi – possa suggerire correlazioni superficiali, e finanche improprie, che perdano di vista la più vasta complessità dottrinale dei temi trattati. Ciò è dovuto, potremmo dire, alla confusione della norma col reato: a ben vedere, infatti, non si tratta affatto di stabilire l’impurità di chicchessia, bensì di disciplinare dei comportamenti; giacché se, da un lato, peccaminoso è violare dei limiti prestabiliti, tutt’altra questione riguarda la natura di quegli stessi limiti. L’essere delle cose, la loro natura, non è affare legale, bensì riguarda ambiti più profondi della dottrina religiosa.
Approfondendo quindi la prospettiva – com’è d’altronde doveroso, e tutt’altro che accessorio, fare – risulta evidente come la miglior traduzione possibile di haram non sia certo peccato – né, di conseguenza, peccaminoso, malvagio, o la lunga sequela di possibili sinonimi cancerogeni – ma, piuttosto, proibito, inaccessibile.
In quest’accezione, l’Haram è il recinto o confine della città di Mecca (insieme a Medina, al-haramayn, le sante per eccellenza), quel territorio sacro che è interdetto ai non musulmani ed all’interno del quale è vietata – fatte salve rarissime situazioni minuziosamente regolamentate – ogni forma di violenza su persone ed animali, e finanche danneggiamenti delle piante. Per accedere a questo territorio santo è necessario assumere uno stato di purità rituale, descritto con un termine che nasce dalla stessa radice semantica: ihram è la condizione del pellegrino che radendosi il capo e compiendo le dovute abluzioni si è con-sacrato, in vista dell’adempimento dei riti tradizionali del pellegrinaggio. Esso riflette lo stato di con-sacrazione propria di ogni fedele in preghiera, tra il suo esordio (takbir) e la sua soluzione rituale (taslim), previe le necessarie abluzioni.
In quest’ottica risulta più chiaro che l’inaccessibilità non è causata primariamente da qualche forma d’impurità, ma spesso proprio dal suo contrario, e cioè da una santità massima, inavvicinabile.
Lo stesso harim (corrotto nel termine harem) della casa tradizionale ha subito un simile processo di fraintendimento. Generalmente considerato un luogo di segregazione repressiva ed annichilitrice, esso corrisponde invece allo spazio sacro della dimora familiare, lo spazio discriminato positivamente in quanto contrapposto alla dimensione pubblica, profana del vivere sociale. Tale schema ricalca d’altronde una segmentazione dello spazio comune a molte culture del Vicino Oriente, il cui più noto prototipo è certamente il Santo dei Santi del Tempio di Salomone; riprendendo il più noto témenos greco, essa fu assunta dalla stessa architettura cristiana, soprattutto nella sua declinazione orientale, che prevede una parte dell’edificio (il presbiterio) riservata al clero, e che all’esterno delimita degli spazi inviolabili, ove nel Medio Evo erano garantiti diritti d’asilo e protezione a coloro che vi penetrassero (dal greco àsylon, inviolabile).
Se questi luoghi domestici d’eccellenza sono poi diventati dei pretesti di oppressione ai danni delle donne, ciò è del tutto eterodosso rispetto alla lettera coranica. In IV:15, non si lascia spazio a dubbi od interpretazioni segregazioniste: il confino domestico ai danni della donna è esplicitamente indicato come una punizione applicabile solo e soltanto in seguito a gravi infamità - che potrebbero aver compromesso la stabilità della famiglia e la serenità dei figli - risultando perciò del tutto ulteriore alle consuete norme di serena convivenza, che prevede per i coniugi "diritti e doveri reciproci".
Nell’ambito dell’adozione del velo femminile, quindi, la questione dell’haram andrebbe correttamente interpretata come una discriminazione positiva, che più opportunamente potremmo definire una forma di attenzione nei confronti della donna, innanzi tutto, e del suo ruolo sociale, in seguito. Basti accennare che le prime donne ad adottare il velo furono proprio le mogli del profeta Muhammad, e ciò mirava ad esaltarne il ruolo e metterle perciò al riparo dalla diffusa impudenza di alcuni concittadini medinesi. Tuttavia quest’indumento ricalca più propriamente, a livello simbolico, il rapporto con la dimensione del sacro; l’esempio forse più famoso è quello di Mosè, durante la rivelazione sinaitica della Torah [Es 34:33-5], ma lo stesso Muhammad si avvolse in un mantello in seguito all’incontro con Gabriele [LXXIV:1].
La libera, consapevole e responsabile adozione del velo testimonia quindi della coscienza dell’importanza fondamentale della donna in seno alla società, alla famiglia, ed alla stessa economia della creazione: vi ho creato in coppie [LXXVIII:8], il femminile rappresenta la cifra della compiutezza della creazione divina, tanto che “il matrimonio è metà della religione”, e dunque proprio nel rapporto dell’uomo e della donna si consolidano le premesse per una corretta adorazione del Divino. (...)

postato da: alhamdulillah alle ore 20:06 | link | commenti (12)
categorie: donne, hejab, dello spirituale e del nikab
giovedì, novembre 16, 2006

Inizio n.2
Per un attimo, smetto di parlare in codice.

“Il velo della discordia. Loro sono obbligate a metterlo, noi le obblighiamo a toglierlo: ma le donne musulmane cosa vogliono?”

Così esordiva la copertina di Donna moderna dell’8 novembre.

Tipico slogan da giornalismo paparazzistico, ma dopo un titolo così, ci si aspetterebbe di andarsi a leggere un articolo in cui due o più donne musulmane dicono cosa vogliono.

E invece no.

Donna moderna che cosa vogliono le donne musulmane va a chiederlo a Ersilio Tonini (cardinale!!!), Livia Turco (ministro della salute!!!), Lidia Ravera (scrittrice!!!), Stefania Prestigiacomo (parlamentare!!!), Lili Gruber (europarlamentare!!!) etc. etc. etc.

Dove sono queste donne musulmane di cui si parla e chi dà a tutta quest’altra gente la legittimità di fornire un giudizio sul nostro comportamento, su ciò che siamo, su ciò che vogliamo, sul significato di quello che facciamo?
Ho preso come esempio Donna moderna, ma giusto perchè stamattina ce l'avevo sotto agli occhi e mi sono sentita un po' un fenomeno da baraccone, messa lì sopra, in bocca alla Gruber! Certo, per i media è comodo toglierci la voce e ritenerci, semplicemente,Barbablù, una favola inventata o, tutt’al più, un fenomeno da baraccone, come ha cercato di fare Vespa con la nostra dolcissima e sprovveduta sorellina diciannovenne.

Non darci voce, o ridicolizzare la nostra voce, è una fantastica arma mediatica con la quale le nostre vite, le nostre scelte, i nostri desideri, le nostre motivazioni vengono ridotte ad una specie di nevrosi di gruppo cui, politicamente, si può dare una finta risposta o evitare proprio di rispondere.
Tutti sappiamo che, nella lingua dei media, parlare del velo significa, in realtà, parlare della superiorità della cultura occidentale rispetto a quella islamica, significa parlare della superiorità della democrazia rispetto a qualsiasi altra forma di governo e rispetto a qualsiasi altra idea politica e significa non solo annullare la voce delle donne musulmane ma anche quella degli uomini musulmani e quella di qualsiasi altra minoranza politica esistente nel globo.
Certo, se Lili Gruber è tenuta a parlare di me, inventandosi, di sana pianta, una me stessa che non ha mai conosciuto, prendendo spunto dalla donna velata incontrata a Bagdad, io non ci sono, non esisto e non conto.

Ma se, improvvisamente, qualcuno volesse saperlo proprio da me, pinco pallina musulmana qualsiasi, che cosa vogliono le donne musulmane, cosa dovrei mettermi a raccontare?
Finora, in fondo, siamo state al gioco e ci siamo immedesimate a tal punto in questo assurdo doppio senso del linguaggio in codice dei media da dimenticarci la verità, tanto che, anche tra noi, non parliamo d’altro.
Pensate che ormai diciamo tutti la stessa cosa, noi e loro, sulla questione del velo e questo dovrebbe farci riflettere. Per alcuni è come dire che - sì - dobbiamo ammetterlo, la società occidentale è superiore. Perchè costringendoci a parlare in codice in realtà ci fanno dire questo, senza accorgercene. E quindi, una pinco pallina musulmana qualsiasi, per non cascare nella trappola, dovrebbe rassegnarsi a dire la semplice verità: il velo è un problema marginale! Anzi, il velo non è un problema nella/e comunità islamiche d'Italia!
Non credo che si rivelerebbe un segreto di stato sostenendo che, nel nostro codice importato, essere a favore del niqab, oggi nell’islam italiano significa, in realtà, essere intimamente convinti che esista un unico islam valido in ogni tempo e in ogni luogo e che la sunna del profeta – saas – debba essere praticata tutta per intero, anche nei casi in cui risulti impraticabile perché, per esempio, va contro le leggi dello stato in cui si vive.

Essere contro il niqab, a favore del velo o del capo scoperto, significa invece optare per il cosiddetto “islam europeo”, quello che alcuni amano chiamare “moderato”, che propone una via di equilibrio tra pratica religiosa e apertura verso il mondo circostante.

Entrambe le visioni hanno, a sostegno, innumerevoli teorizzazioni da parte dei sapienti islamici di tutto il mondo.
La prima opzione, essendo quella più restrittiva e quella appoggiata nei secoli dei secoli dai sapienti storici, incute certamente più rispetto e forse anche una certa soggezione ed è, dal punto di vista spirituale, una via veramente iniziatica che dovrebbe permettere al credente - se intimamente trasportato dal desiderio di Dio – di allontanarsi dalle futilità, dai bisogni indotti e dai condizionamenti psicologici e di impegnare ogni energia nella ricerca dell’Assoluto.

La seconda è quella che ha dato e che potrà dare a molti di noi la possibilità di non autocostringersi a disinnamorarsi dell’islam – e quindi anche della ricerca spirituale - , nel momento in cui si sceglie la sopravvivenza – per sè e per gli altri – in luogo della catastrofe.

 

domenica, novembre 12, 2006

Sul filo

Ho sempre immaginato che an-nisa potesse essere o diventare il blog delle donne musulmane che vivono un islam silezioso e isolato, di quelle che si trovano sul confine e che non sanno se attraversare o meno questo filo che le divide, se romperlo o farne un muro, di quelle che ci abitano proprio, sul filo, di quelle che si affacciano e un po' s'innamorano e un po' si spaventano, di quelle che studiano e ne sanno più di noi, che dicono la shahada nel cuore, ma non quella pubblica, perchè non si rivedono in quello che sentono dire dell'islam, anche dagli stessi musulmani, di quelle che l'islam ce l'hanno in famiglia, di quelle che vanno a cercarselo altrove e poi non sanno se l'hanno trovato oppure no.
Ed ho scoperto, anche grazie al blog, che di donne così ce ne sono davvero e che ce ne sono proprio tante. Penso a Zikra che l'islam l'ha conosciuto in chat ed è andata a vederlo da vicino in Palestina con quelli dell'Interposizione civile e la shahada l'ha fatta alla Al-Aqsa. E' tornata in Italia in hijab e si è ritrovata con 200 € in meno sulla busta paga e un mutuo da pagare e ad andare avanti l'aiutavano i palestinesi... figuriamoci un po'!
Penso ad Haleemah sposata con un somalo che le ha insegnato tutto e poi si è alcolizzato ed è diventato intrattabile, mentre lei, con il suo lavoro part-time, il suo hijab e senza valige, s'è trasferita in un breed and breakfast e di lei non ho saputo più nulla.
Penso a Zainab che l'islam l'ha studiato sul web e che, pure lei, per praticare veramente se n'è scappata di casa.
Penso ad Amina che insegna arte e studia arabo e l'islam l'ha imparato dai senegalesi e c'ha le idee così confuse e radicate che ogni volta che ci parlo mi fa perdere la pazienza e quasi mi trascina in un polverone di new age, una specie di tritatutto in cui c'è dentro l'oroscopo del giorno e lo yoga tantrico e lei quasi non ci crede che l'islam è un'altra cosa.
E poi penso a
Lia, ad Alessandra, alla me stessa di un po' di anni fa, a Sara che studia l'arabo e se ne va in giro per il Medio oriente e per il nord-Africa e non mi dice niente e mi racconta del più e del meno, ma fa ogni cosa con troppa passione e già mi sembra in agguato il momento in cui mi parlerà dell'islam e di come si senta intimamente e perdutamente innamorata di questo mondo e del din.
Per me stessa avevo scelto una lista di cose da fare, poi l'ho stracciata, poi ho visto che ci sono anche altre opzioni, ma nessuna di noi può scegliere per loro quale sia il modo migliore di conquistarsi il janatuh. Solo loro conoscono il messaggio che Dio - SWT - sta suggerendo ai loro cuori.
Non credo si tratti semplicemente di una lista di cosa da fare e non fare.

domenica, novembre 05, 2006

Fratelli e... mujahiddin?? (III)
Ma questa dove vuole andare a parare?
Divorzio ai tempi dell'islam (e dei blog)

Più di una volta mi è capitato di ascoltare i discorsi maschili di certi settori islamici italiani e spesso ho dovuto constatare con i miei occhi che non era il più sapiente o il più saggio ad assumere la posizione di rilievo, ma semplicemente il più restrittivo, colui che sapeva usare gli hadith come spade affilate e non sempre la sua personale condotta morale intaccava, agli occhi degli altri, ciò che egli sosteneva dal punto di vista teorico. Qualche volta si trattava del marocchino del villaggio sperduto e qualche volta del tunisino che fino all'altro ieri spacciava eroina a parco Sempione, qualche volta il leader era l'imam arrivato da un'altra città o addirittura il novellino nostrano a cui era bastato leggersi gli unici due libri di hadith esistenti in italiano per diventare di colpo la guida precettistica di tutta la umma.
Da allora questo mondo non l'ho incontrato più, ma ho ragione di credere che esista ancora, da qualche parte qui in Italia e credo che solo una donna sapiente, furba e niqabata potrebbe avere l'autorità e l'introspezione necessarie per essere il referente delle mogli di questi uomini, il loro sostegno in caso di bisogno, la loro caritas, il loro tribunale e anche la loro voce. Non certo la Sbai.
Agli italiani forse fa paura, ma il niqab è una potentissima arma in mano alle donne musulmane, specie se italiane.
Non sto parlando di niqab, sorelle, ma di difesa dei diritti islamici. E di solidarietà, di sorellanza, di dawa interna.
E' su questo che vorrei ascoltarvi, ve lo ripeto!
Se per risolvere dei problemi interni alla umma le sorelle continueranno a rivolgersi altrove o - peggio - non si rivolgeranno a nessuno, daremo ragione a quelli che tutti i giorni ci insultano e ci infangano.
Pensateci!
Tutte.
E fatemi sapere, per favore.

sabato, novembre 04, 2006

Sorelle e mujahide

Divorzio ai tempi dell'islam (e dei blog)

Le donne musulmane non sono, poi, quel gruppo compatto e monolitico che ci si immagina quando si parla di esse, dicevamo.
Certo, esistono dei modelli.
Esiste la musulmana ideale con la M maiuscola, ci sono quelle che si difendono bene  ed esistono le mezze cartucce, quelle che hanno scelto di fare le mezze cartucce e quelle che ci si sono ritrovate perchè non sempre le cose vanno come tu ti prefiggi che vadano. Certo, non a caso.
Io mi sento una niqabata mancata, lo sapete, una di quelle che sarebbero state classificate nella categoria "femmine estremiste", se Allah - SWT - non avesse altrimenti disposto di me.Però di fatto sono una delle peggiori mezze cartucce che ci siano in circolazione e questo devo ammetterlo, purtroppo. Per questo mi sento proprio tagliata per questo ruolo di mediatrice culturale tra le varie componenti dell'islam femminile italiano. Per questo mi ci sento dentro fino al collo, come se, finalmente fossi a casa.
Ma quello che proprio non riesco a capire, quello che veramente mi fa strano, è questo assurdo fatto che mentre noi qui continuiamo a perdere tempo su velo sì, velo no, niqab, hijab, cappellino coi pon pon (ebbene sì, ho portato pure quello quando proprio non avevo altra scelta!) rischiamo tutte, adesso, proprio in questo momento cruciale, che l'islam italiano venga affidato, burocraticamente, a gente che di islam non capisce niente e non vuole capirne, a gente che sì, sarà pure musulmana, ma certi problemi non se li pone proprio, perchè evidentemente non gli interessano.
Adesso, niqab a parte, non ci vorremmo ritrovare come le saudite, scarrozzate qua e là dai maggiordomi in compagnia di altre dieci tra mogli e concubine. Per dire.... 
Qui in Italia l'Islam, con la I maiuscola, si deve ancora fare e non è che deve venire qualcuno ad inventarselo e a diffonderlo al posto nostro, per poi farlo sciroppare ai nostri figli, sottoforma di legge, precetto o proibizione. Non possiamo rischiare che qualcuno arrivi qui a fare l'islam al posto nostro, importandoci dentro tradizioni senegalesi, pakistane e cinesi.
Sì, certo, fa molto multietnico e ci rende molto cosmopolite, ma il rischio è quello di imbrogliarsi, ad un certo punto, e praticare una religione per un'altra!
E nemmeno ci pare possibile farci un islam di ripiego, un surrogato di comodo, opportunamente smussato e lustrato a misura di consumismo di massa.
Qui non siamo costrette a combattere contro i vari Vaticani islamici, quei paesi in cui il sistema legale si rivolge alla sharia solo per giustificare brutture e sopraffazioni. Qui la sharia la possiamo vivere per i fatti nostri, senza che arrivi uno stato che dall'alto ci dica: "la sharia dice che", mettendoci dopo tutto quello che gli pare e piace.
Per questo dico che prima di tutto sarebbe opportuno unirci, essere un'entità riconoscibile, con voce unica, ma plurale e con la finalità di salvaguardare le verità dell'islam e di controllare ciò che succede, lasciando comunque ad ognuna ed ad ognuno la responsabilità delle proprie scelte.
La sharia è soprattutto una legge del cuore, un patto con Dio - SWT - che ognuno di noi stipula nel momento della sua shahadah e non esistono stati e tribunali, su questa terra, in grado di applicarla meglio dei nostri cuori.

E coloro che accusano le donne oneste senza produrre quattro testimoni, siano fustigati con ottanta colpi di frusta e non sia mai più accettata la loro testimonianza . Essi sono i corruttori, 

eccetto coloro che in seguito si saranno pentiti ed emendati. In verità Allah è perdonatore, misericordioso. 

Quanto a coloro che accusano le loro spose senza aver altri testimoni che sé stessi, la loro testimonianza sia una quadruplice attestazione in [Nome] di Allah testimoniante la loro veridicità , 

e con la quinta [attestazione invochi], la maledizione di Allah su se stesso se è tra i mentitori. 

E sia risparmiata [la punizione alla moglie] se ella attesta quattro volte in Nome di Allah che egli è tra i mentitori, 

e la quinta [attestazione invocando] l'ira di Allah su sé stessa se egli è tra i veritieri. 

Se non fosse per la grazia di Allah nei vostri confronti e per la Sua misericordia...! Allah è Colui che accetta il pentimento, il Saggio. 

An-Nur (4-10)

venerdì, ottobre 27, 2006

Quello che dicono i sapienti sul velo

"O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è Perdonatore, Misericordioso"
(Corano XXXIII. Al-Ahzâb, 59)

Qualche sera fa Mario Sciajola, ex-responsabile della Lega Musulmana in Italia, ai 10 minuti del tg2, ha esordito dicendo di aver contattato un hulema dell'Arabia Saudita chiedendo esplicitamente se il velo è davvero una prescrizione coranica. E pare che l'hulema gli abbia detto che no - ma figurati! - ma dove sta scritto che una si debba mettere quel coso in testa e no, non è una prescrizione coranica.
Se avesse fatto il nome di questo esimio sapiente vi assicuro che il giorno dopo il consiglio degli Hulema lo avrebbe radiato per sempre. Probabilmente non ne ha fatto il nome perchè questo signore, così sapiente, poi non era! Oppure nemmeno esisteva.
Non è una provocazione. Voglio solo che vi facciate un'idea della verità su quello che dicono i sapienti sul velo.
E
Ummusama è in grado di spiegarvelo meglio di qualunque altra sorella.

L'Hijâb... Perché?!
 

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mercoledì, agosto 02, 2006

Le radici bruciate (terza parte)

 

C’è stato un momento in cui le mie radici erano l’islam. E nient’altro. Ed è con queste radici che, improvvisamente, mi sono ritrovata catapultata nel cosiddetto kufr, nella stessa identica condizione da miscredente che avevo prima di andarmene alla ricerca di una umma e di un vita liberamente e totalmente islamica. Ero convinta che il mio islam non sarebbe sopravvissuto senza niqab e anche senza hijab, in una casa piena di santini e crocifissi, attorniata da porchette e fermentati in ogni dove, rubandomi gli angoli di tempo per le preghiere e costretta a chiudermi a chiave per nascondermi e concentrarmi, come stessi facendo chissà quale stranezza. Ero convinta che avrei ceduto e che avrei perso l’iman, la fede.

E invece ora so esattamente che cosa si perde, vivendo così, da “laici”. Si perdono la forza e la determinazione, si perde il contatto quotidiano con Dio, si perde di vista la strada e si perde un sacco di tempo.

Certo che sono d’accordo che possa esistere un islam “laico”! Lo vivo ogni giorno e so esattamente di che cosa si tratta. Si tratta, per la precisione, di scegliere quanto sei disposto a soprassedere sulle prescrizioni islamiche, quanto sei disposto a spingerti contro te stesso a favore del quieto vivere con la società che ti circonda, di scegliere quanto vuoi perdere.

Per tutto il mondo non islamico un buon musulmano si giudica proprio da questo: da quanto si è disposti a scendere a compromessi, da quanto di è disposti a rinunciare al proprio islam in favore… di cosa? Della convivenza pacifica? Alla faccia della convivenza pacifica! Il Libano, Paese laico per definizione, non ha certo avuto grandi benefici da questo protrarsi verso l’occidente! Ora che avrebbe bisogno dell’aiuto dei sostenitori dei laici, dell’aiuto delle forze politiche internazionali che propugnano la laicizzazione dell’intero mondo arabo, ecco che quelle forze voltano le spalle e si fanno i fatti loro. E allora ditemi, vorrei proprio sapere per quale strano e astruso motivo noi si dovrebbe tutti rinunciare alla nostra vita spirituale? In favore di cosa?

Per essere tutti uguali, tutti omologati con un’etichetta appiccicata sulla fronte: non sono un terrorista? Per non essere massacrati come animali da macello con il beneplacito di tutta la congregazione internazionale, solo perché ci si veste in un modo differente e si prega un po’ più spesso degli altri? Lia dice che in fondo non è vero, che, magari, ci sono anche lì i ragazzini sciroccati, amanti del rock, dell’eavy metal e dell’hip hop, che c’è anche un mondo uguale, tale e quale al nostro laggiù, che ci fanno vedere solo le donne hijabate solo per propaganda e che, magari, in realtà sono in poche a indossarlo, più o meno come qua. Che noi, donne musulmane d’Italia dovremmo essere più “laiche” e dimostrare che un islam molto free è più che possibile, che continuiamo ad essere le persone normali e tranquille (?!) che conoscevate fino a qualche istante prima della conversione, che non siamo diventate aliene, pazze scatenate o robotiche, come qualcuno sicuramente pensa di noi.

Ma certo che è così. Certo che ci sono i ragazzi sciroccati e le donne in decolté e i rappresentanti con la 24ore e i muratori, i calzolai, gli elettricisti, le cassiere, le estetiste! E c’è anche Kadmous, che mangia l’insalata con la marmellata, ma mi sembra più italiano e più laico di me.

Eppure io non credo che diventare tutti uguali serva a qualcosa. Anzi penso che sia la cosa più degenerativa che possa succedere al mondo. Invece penso che la cosa più intelligente da fare sia quella di imporre la diversità, come qualità inalienabile del mondo e della civiltà: il niqab e la canotta, l’islam e il buddismo, la storia dei popoli e delle religioni, la geografia a portata di mano, il globo terrestre che ti passa davanti agli occhi mentre tu stai in giro per… chessò… Ascoli Piceno!

Quando il razzismo riguardava il colore della pelle l’idea più felice non è certo stata quella di sbianchire la pelle a tutti i neri, così i bianchi , finalmente, avrebbero iniziato a pensare che i neri erano identici a loro! E per i musulmani è uguale! Se uno porta la barba, porta la barba: che diamine! Non è mica la fine del mondo! Semplicemente è un musulmano con la barba!

Io ho dovuto bruciarle, le mie radici islamiche, ma a malincuore. Ho dovuto bruciarle perché sono una mamma singol e perché faccio un lavoro da maschio e perché non ho una famiglia islamica o una umma attorno a me. Ho dovuto bruciarle per una questione di necessità e non per diletto. E così, agli occhi del mondo occidentale, non c’è poi molta differenza tra me e un Magdi Allam, se non fosse per il fatto che io amo l’islam e Magdi? Bhò! A me sembra che lo odi con tutte le sue forze.

venerdì, luglio 14, 2006

Discorsi tra donne

 

Io credo che l'obiettivo che una dovrebbe prefiggersi (parlo di donne perché mi viene più facile e perché trovo che siano un bel problema, nell'islam italiano) sia quello di uno sviluppo armonioso di se stesse, della propria presenza nella società e, perché no, del proprio ruolo di ponte tra chi è occidentale senza essere musulmano e chi è musulmano ma vive in Occidente da immigrato.
Armonioso, ho detto: smettere di andare in spiaggia a 40 anni perché di colpo hai problemi col costume da bagno (o rischiare l'annegamento perché fai il bagno col cappotto) non è armonioso e comunque non mi pare la cosa più importante da precipitarsi a fare, specie se poi rimani la stessa personcina problematica che eri quando ti mettevi il costume.
E se le musulmane italiane si fanno vedere solo per questo, perché fanno il bagno col cappotto, diciamo che non offrono una testimonianza invogliante della ricchezza di questo genere di percorso.
Trovo che le donne abbiano una particolare responsabilità nel farsi sentire, nel conquistarsi ascolto e rispetto e, anche, nell'aiutare gli uomini musulmani ad essere migliori di quello che tendono ad essere quando confondono la religiosità con il potere.
Sarò sfortunata io ma, tutto questo, in Italia non l'ho visto.
Ho visto molto diffuso il vezzo di rimanere minorenni a vita.
Ho visto un'imbarazzante ossessione per i veli o le mancanze di velo altrui, i costumi da bagno altrui e roba del genere, usati come cartina di tornasole di chissà quale moralità o spessore etico, in genere del tutto assente nelle (per carità: velatissime!) tizie che passano il tempo a sentirsi pie e a descrivere come empio il prossimo.
Ho visto una grande debolezza e una desolante mancanza di sincerità di fondo. A volte inconsapevole, persino.
Un'ambiguità che rimane attaccata addosso con la colla delle formule consolatorie, ripetute senza pensare e/o per non dire cose più vere, più aderenti alla realtà del momento.
Ho visto donne poco felici, in genere.
Non so: non ho voglia di fare esempi e non è il caso, ovviamente, ma quello che ho visto non mi è piaciuto.
In Egitto trovi l'inetta e la bigotta, ma trovi anche la donna pensante, la donna in gamba, quella che sa lavorare e sa farsi rispettare, quella che non ha bisogno né voglia di vivere in un pollaio di femmine, magari competitive sul nulla.
Esiste una tradizione di femminismo in chiave islamica, in Egitto e non solo, di cui l'Italia è priva di traccia. Mi pare.
Non so: non sto scrivendo un post ragionato, sto solo buttando lì delle considerazioni che ho elaborato solo in parte.
Però mi pare che ci siano dei problemi, nell'essere donne musulmane in Italia, e che spenderci qualche riflessione sarebbe una buona idea.
Mi offro volontaria per maltrattarvi, se può esservi utile. :)

Lia

Sì, Lia: essere una donna musulmana in Italia è una catastrofe, davvero! Dal punto di vista interiore è una cosa meravigliosa, ma nessuno se ne accorge, vedendoti da fuori e questo crea infiniti problemi pratici, nella vita quotidiana di ognuna di noi.
Improvvisamente – s’impazzisce e – pfufh – ecco che sei musulmana e vuoi comportarti come tale (o come credi di doverti necessariamente comportare). Pronunci la shahada mentre qualcuno ti presta un velo in moschea e porti ancora i jeans aderenti e la canotta e il giorno dopo inizi a leggere gli hadith e, di colpo, vuoi fare tutto, preciso e perfetto come sta scritto sul “Giardino dei devoti” e su "La via del musulmano", proprio uguale, che non ci deve mancare niente.
E quelli che ti stanno attorno si spaventano: “Ma che le sarà successo, è diventata matta, è depressa, si veste male, si trascura, indossa questi strani copricapo, non vuole più che la baci per la strada quando la incontro, è triste, sta mandando all'aria tutti i sacrifici che ha fatto finora - ma poverina! – è una setta, le avranno fatto il lavaggio del cervello, è gente pericolosa!! I mussulmani!!”
E tu che invece hai finalmente trovato una via che nessuno vede, tranne te, e la difendi a spada tratta e ci cammini sopra, tutta diritta proprio in mezzo, senza nemmeno guardare il panorama, le aiule, il marciapiede, niente, che non ti puoi mica distrarre e devi andare solo diritta tutto il giorno e tutti i giorni, con la luce, con il buio, con il freddo, la pioggia e l’arsura.
E tu hai trovato una vita, tra le tante, l’unica che riesci a prendere sul serio, anche se tutto il mondo ti dice che non è serio comportarsi così, che tu non sei fatta per quelle cose, che non puoi, ad un tratto, prendere e buttare dalla finestra tutti i tuoi studi, tutti i tuoi vestiti, tutte le tue abitudini, tutto ciò che eri.
C’è gente che fa una settimana di ritiro spirituale e tu hai deciso di fare un ritiro spirituale della durata di una vita: tutto qui. E, fino a quando puoi permettertelo, non te ne importa niente che tutto questo non si armonizza con la vita occidentale – che c’entri tu con la vita occidentale?
Cosa significa diventare musulmana per una donna occidentale? Significa, semplicemente, buttarsi giù da un burrone e ci vuole un fegato strepitoso. E perché una dovrebbe fare una tale pazzia, che senso ha? Non lo so, e sinceramente lo dico un po’ con il sorriso che non lo so. La fede è una cosa strana. E’ un po’ come la pazzia: un diverso stato percettivo che bisogna sperimentare per comprendere pienamente. La storia è piena di questi personaggi così folli e allo stesso tempo coraggiosi che hanno rivoluzionato il modo di sentire e di vedere di tutti coloro che li circondavano: Abramo che sta per sacrificare suo figlio – ehi!! Davvero non può che essere follia pura! Cos’altro? Io m’impiccherei piuttosto! – Francesco D’Assisi che abbandona la sua casa e  tutte le sue ricchezze, si veste di stracci e vive d’elemosina – Ma dddai! Chi lo farebbe oggi?? E se non vi pare una vera e propria eresia!
Certo, non puo’ che essere pura follia: arrivi a quarant’anni e dopo aver passato una vita, minigonna, due pezzi, toples, perizoma e chissà cos’altro, ti barrichi dietro un coprivento e guai se si vede un millimetro di pelle: potresti anche andare all’inferno per quello, sai? Ma sì, lo so che fa ridere! Lo so che sembriamo delle folli patentate e che non ci facciamo una bella figura con quelli che ci osservano da fuori.  E, in verità, il problema fondamentale non è coprirsi oppure no. In ordine di priorità quella è l’ultima cosa. Si presuppone che uno dica la shahada e poi inizi un percorso spirituale, altrimenti essere musulmano o ateo non cambierebbe proprio nulla! Bene! Allora: iniziamo. Prima di tutto inizi ad imparare qualche sura in arabo. Punto due inizi a fare le preghiere obbligatorie seguendo il libricino delle istruzioni e ci metti più di mezz’ora ogni volta. Punto tre cerchi di farne almeno una al giorno regolarmente. Punto quattro cerchi di farne almeno due e te le ammucchi tutt’e due la sera, perché di giorno non c’hai tempo. Punto cinque arrivi a farle tutt’e cinque, però solo di sera, perché durante il giorno lavori 8 ore, ti fai due ore di viaggio e per il resto mangi e dormi e pulisci la casa. Punto sei cerchi di cambiare atteggiamento nei confronti del mondo… ahi-ahi! E cioè cerchi di essere più pudica, cerchi di evitare di abbracciarti il tuo compagno di scuola per la strada e di sbaciucchiartelo tutto, solo perché non lo vedi da un anno, cerchi di non provocare la persona con cui stai parlando in quel simpatico modo che abbiamo noi italiane di civettare continuamente – e non ditemi che non è vero, per favore!
Punto sette cerchi di distribuire le preghiere nell'arco della giornata come meglio puoi.
Ok, siamo arrivate: punto otto! Se sei arrivata fin qui, sei pronta per l’hejab. Vabbè, ma io non lo voglio mettere! Perché dovrei mettermi quel coso in coccia?? Io mi vedo bella così, con quel coso proprio non mi trovo….  Ok, non sei pronta per l’hejab, prega qualche altro mese o qualche altro anno e poi ne riparliamo. Ok, sono pronta! Ti metti l’hejab.
Esci di casa come una ladra e lo sai che quando ti vedranno sarà un putiferio, mica sei scema! Comunque esci, quando rientri ti vedono conciata così e ti mettono in castigo. A quarant’anni??? Sì, a quarant’anni. E così l’hejab diventa la tua ossessione, quello che vuoi più di ogni altra cosa al mondo e non puoi avere, ciò che si frappone tra te e il paradiso, ciò che impedisce la tua crescita interiore: un pezzettino di stoffa!
A questo punto ci sono donne che fuggono di casa e tagliano tutti i ponti con i propri parenti, altre che si sposano in tre giorni, altre ancora che si vanno a fare un viaggio in Marocco per dimenticare, altre che lo indossano per un po’, si esasperano e concludono che quando il Corano parla di velo, intende il velo del cuore e si aggiustano un po’ le cose a modo loro,  e poi ci sono quelle, tipo me, che si rassegnano e basta, dopo essersi beccate delle batoste particolarmente toste e dopo un lungo periodo di forte depressione passato a piangersi addosso e ad avercela – molto poco islamicamente -  con il mondo intero (vedasi la prima parte di questo blog!).
Ma-ssì Lia! Ma se una si vuole fare il bagno in cappotto e che sarà mai! Si rassegnino i benpensanti e si scatenino pure i filosionisti a dirci che siamo troglodite e pure esaurite, ma che c’importa!! E lo so che non gli facciamo fare bella figura all’islam, ma tanto l’islam non è un’associazione no-profit quotata in borsa, che ha bisogno di apparire con un’ immagine accattivante e avvincente, per avere quanti più proseliti possibile e per non essere continuamente bersagliata… Tanto non lo capirebbero comunque, l’islam, se non aprono un po’ il cuore e se non si tolgono dalla testa i soliti stupidi pregiudizi di razza.
Fa parte del percorso, Lia, mettersi il cappotto e sembrare un po’ svitate. Io ci ho rinunciato, per il momento, e, anche se non mi sento meno musulmana per questo, ci ho rinunciato molto dolorosamente. Non penso che andrò all’inferno, perché oso mostrare un braccio nudo. La verità è che la vita di una donna bardata è completamente diversa da quella di una donna tirata a lucido e, se ti interessa lo spirito, l’hejab ti rende tutto molto più facile e invece senza ti devi impegnare tremila volte di più per non perdere di vista la strada. Davvero, te lo dico per esperienza.  E ti assicuro che tra me e Patrizia è sicuramente lei quella più equilibrata, anche se lei porta l’hejab – o –forse- proprio per quello.
Sempre che si tratti della stessa Patrizia che conosco io! ;-)

E comunque io ne voglio parlare di tutte le nostre incoerenze e assurdità, mi fa bene!
E mi fanno bene anche le invettive, quando sono costruttive.
Sono le cose che ti aggrediscono l’anima quelle che ti servono di più. Le cose che ti fanno ringiovanire mentre stai invecchiando, quelle che ti fanno svegliare di colpo, quelle che uccidono un pezzettino di te stessa per poi ricrearti un po’ diversa, quelle che ti sbattono in faccia l’intuizione che non avevi la forza di confidare a te stessa, quelle che ti stravolgono e ti cambiano – che ci vuoi fare! E tu sei davvero brava in queste cose.

venerdì, giugno 23, 2006

Islam femminile d'occidente: frammenti

Arduo tracciare una mappa europea o mondiale dell'islam europeo e americano al femminile. Notissimo il caso della Francia, in cui è vietato l'uso dell'hijab nei luoghi pubblici, per ovvie ragioni di... integralismo laico. Meno clamoroso il caso dei tedeschi che vietano l'hijab alle donne che ricoprono incarichi di responsabilità e solo a quelle.  Se fai la colf o l'operaia puoi metterlo, ma se sei un dottore o sei una prof... scordatelo! Per l'islam femminile d'oltreoceano è stata addirittura emessa una fatwa, per le sorelle che vivono in alcuni quartieri diNew York e che sono state brutalmente malmenate, proprio a causa del foulard. Se indossare il foulard mina l'incolumità fisica di una donna, se ne potrà fare a meno. Questa è, per grandi linee, la fatwa emanata.
Non ci si meraviglia più di tanto di questo fatto assurdo e insensato che ciò che viene attaccato in tutti questi casi nn sia la religione, ma ciò che viene ritenuto - e non è - il suo simbolo. La religione islamica non ha simboli. Anche la "mezzaluna", affiancata spesso alla croce e alla stella di David, non è per noi un emblema, ma solo un elemento ricorrente nell'iconografia, insieme a tantissimi altri elementi astratti e giochi geometrici, grazie a Dio, irriducibili a un qualcosa che possa assomigliare a un "logo". Si pensi ai pavimenti dell'Alhambra a Granada, molto più rappresentativi del nostro concetto di religiosità, rispetto ad un hijab o a una mezzaluna!
Indossare un hijab serve, certamente, a distinguersi dalle altre donne, ma soprattutto serve come atto di religiosità per mettere in pratica il Corano, un modo di praticare la propria religione.Vietare ad una donna musulmana di indossarlo è come vietarle di pregare.
In tutto il mondo occidentale, questa proliferazione di divieto all'hijab nn serve che a ghettizzare la donna musulmana, a violentarla ed è sintomo di una vera e propria persecuzione religiosa: puoi essere musulmano, purchè non sia manifesto!
Grazie a Dio sono molte le sorelle che combattono per i propri diritti e per i diritti di tutte le altre, che gridano la verità sulle questioni politiche internazionali e che diffondono la propria voca affinchè tutto il mondo possa conoscere, oltre alla diffamazione dell'islam, operata dai media di regime, anche qualche frammento di verità!

Ritorno, hijab, informazione.
Le testimonianze delle donne musulmane d'Occidente.

Per chi vuole inviare una lettera o segnalare una testimonianza si prega di utilizzare lo spazio commenti o inviare un e-mail a Khadis@supereva.it. Jazekillah a tutte le sorelle per la vostra dawa e il vostro sforzo. Jazekillah per il vostro affetto e la vostra sorellanza!

 La meravigliosa storia di un Ritorno

Yvonne: dall'oscurità alla Luce...

Il mio ritorno all'islam 

L'America ha bisogno dell'islam

lunedì, marzo 13, 2006

Islam in Italia: la parola alle donne