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An-nisa: donne musulmane e societàPer favore basta con la favola della donna islamica ghettizzata, schiavizzata e succube. Se nel mondo islamico dilaga l'ignoranza la colpa non è dell'islam, ma dell'oblìo dell'islam. Un po' di verità - e di opinioni - sulle svariate realtà di oggi.
Metablog delle voci femminili islamiche in Italia.
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In questi giorni ci ho pensato su. Ho ancora una cosina nel cassetto e la voglia di scriverci su magari una premessa, ma lascio la foga dileguarsi e scrivo d’altro.
Perché è davvero un bell’argomento: l’inizio, la follia, la voglia di essere parte integrante di una cosa astratta che si chiama ummah , una nuova strada ignota che ti si apre davanti luminosa e meravigliosa e ripida e tortuosa e tu che, piccola piccola e sola, sai bene che non ce la potrai mai fare se non cela metti tutta - ma proprio tutta - e non ti lasci trasportare, con criterio e responsabilità, ma come se seguissi il vento o la corrente, come se seguissi il respiro del tuo cuore.
Oggi alla me stessa di allora urlerei di fermarsi a riflettere, di non “impazzire”, di prendersela con calma, di aspettare, perché la fede non è la pazzia di un momento, perché la fede è un’altra cosa. Ma quello che direi oggi alla me stessa di allora è la cosa più sbagliata del mondo, perché crearsi una “vita islamica” pian piano è cosa che non tutti sono in grado di fare, specie quelli persi com’ero io, quand’ero persa.
Magari sembri scema, perché scimmiotti, senza convinzione, la sorella con l’hijab e preghi in un modo che fa ridere, recitando parole che non hanno senso né in arabo e né in italiano, ma, quando ti succederà, poi, di avere la stessa forza e lo stesso coraggio, quand’è che Allah – SWT – ti ridarà la stessa fermezza e la stessa caparbietà?
Piano-piano invece (sapete quando ti dicono piano-piano??), trattieni le migliori energie, la forza di una shahadah del cuore che poi risulta sempre più fievole e lontana e sebbene si rinnovi tutti i giorni non si manifesta più con la stessa forza e la stessa intensità e non potrà mai più diventare quell’uragano in grado di spazzar via ogni cosa e pure tutto il passato in blocco, così, tutto intero, come se non ti appartenesse e non appartenesse a nessuno.
Piano piano, sì. Ma piano piano per chi è capace di vivere piano.
Poi, sicuro, islam è anche imparare a vivere piano.
Imparare.
E’ che ognuno ha il suo modo, la sua storia già scritta nell’archetipo celeste, allora è inutile che ti dicano “Sì, buttati!” “No, non buttarti!”, perché non sono certo quelle le voci che ascolterai. Se Allah – swt – deciderà di concederti una via di fuga, presto o tardi dovrai scegliere, per forza scegliere.
"E inconsistenza possibile dell’hijab… Possibilità che un velo diventi esibizione, paravento di un vuoto, guscio di una tradizione, pseudo-modestia, surrogato di religiosità autentica…
E rischio che una modernità necessaria diventi imitazione pedissequa degli stilemi occidentali, evadendo la ricerca autentica della proprie radici e il confronto di queste con le istanze più autentiche della coscienza attuale…" (P. K. Dal Monte)
Semplicemente un businnes. Una genialata. Mi fa pensare alle sfilate di moda in cui il kimono diventa un corpetto striminzito e la busta della spazzatura una mini. E' tutto molto Pop Art. Post-modernismo cronico. Prendersi gioco dello spettatore. E prendersi gioco anche dell'islam e di noi povere sceme che abbiamo creduto che indossare il velo, oltre che uno status simbol, fosse anche l'espressione di un sentimento e modalità indispensabile per condurre una vita diversa. E diversa, perchè più profonda.
Ci sono vari modi di indossare un hijab. Per molte è solo un eskimo, per altre è un dovere, una consuetudine, la prassi. Per molte altre è una lotta. Una lotta dura e dolorosa. Una conquista. Una battaglia, una guerra che, a volte, può anche rivelarsi, di colpo, niente più che un atto di semplice testardaggine. Un capriccio che denuncia un rifiuto cronico della realtà. La non accettazione di ciò che Allah - SWT - ha stabilito. Un atto di ribellione nei confronti del Creatore. Una forma di miscredenza.
Non so per voi. Ma credo che per me sia stato un po' così, ad un certo punto. Non potevo indossarlo e pensavo che la mia vita non avesse senso senza l'hijab. Non potevo portarlo e pensavo che il mio islam non valesse niente senza l'hijab.
Ed ora faccio i conti con me. Fino a quando posso faccio i conti con me.
Da un blog caldamente ottimista, un'opinione fiammante di disinteressata verità.
Già segnalato da Ayah su lucedellafede: un post che merita per capacità introspettiva
, cultura di vita
e simpatia
!

Il velo
A sinistra vedete una suora, a destra una ragazza islamica. Vedete qualche differenza significativa? (A parte che una è nera e l'altra è bianca, spiritosoni).
Come vedete non c'è grande differenza.
Entrambe portano il velo. >>>

Fotina prelevata da: http://gaiabound.giovani.it/all/20
All’interno dell’ampio e complesso dibattito circa il “velo islamico”, pare opportuno considerare con speciale attenzione una tra le questioni più frequentemente fraintese.
Vien detto spesso che tra i principali motivi d’adozione del velo vi sarebbe la necessità di neutralizzare l’impurità connaturata alla donna; quest’affermazione presuppone dunque che la donna sia una creatura da reprimere e scansare, quasi una sorta d’intoccabile fuoricasta del genere umano. Si tratta d’una tesi che muove da una comprensione errata del lessico religioso, che d’altronde è comune perfino ad alcuni musulmani.
Ciò che definisce dottrinalmente lo status della donna è il termine haram. Si tratta d’una parola assai complessa, anche per il ruolo che ha assunto nel lessico delle scienze giuridiche. Nell’ambito del diritto (fiqh), essa sancisce l’illiceità di alcuni comportamenti, tra i quali l’accostarsi alla carne di maiale e l’ubriachezza sono solo i più noti tra molti altri. In quest’ottica, giuridicamente, definire haram la donna equivale a proibire ogni genere di rapporto sessuale che avvenga al di fuori del vincolo matrimoniale, improntato al rispetto ed alla condivisione.
E’ tuttavia naturale che l’accostamento, entro una medesima categoria giurisprudenziale, di situazioni così differenti – come le norme alimentari ed il rapporto tra i sessi – possa suggerire correlazioni superficiali, e finanche improprie, che perdano di vista la più vasta complessità dottrinale dei temi trattati. Ciò è dovuto, potremmo dire, alla confusione della norma col reato: a ben vedere, infatti, non si tratta affatto di stabilire l’impurità di chicchessia, bensì di disciplinare dei comportamenti; giacché se, da un lato, peccaminoso è violare dei limiti prestabiliti, tutt’altra questione riguarda la natura di quegli stessi limiti. L’essere delle cose, la loro natura, non è affare legale, bensì riguarda ambiti più profondi della dottrina religiosa.
Approfondendo quindi la prospettiva – com’è d’altronde doveroso, e tutt’altro che accessorio, fare – risulta evidente come la miglior traduzione possibile di haram non sia certo peccato – né, di conseguenza, peccaminoso, malvagio, o la lunga sequela di possibili sinonimi cancerogeni – ma, piuttosto, proibito, inaccessibile.
In quest’accezione, l’Haram è il recinto o confine della città di Mecca (insieme a Medina, al-haramayn, le sante per eccellenza), quel territorio sacro che è interdetto ai non musulmani ed all’interno del quale è vietata – fatte salve rarissime situazioni minuziosamente regolamentate – ogni forma di violenza su persone ed animali, e finanche danneggiamenti delle piante. Per accedere a questo territorio santo è necessario assumere uno stato di purità rituale, descritto con un termine che nasce dalla stessa radice semantica: ihram è la condizione del pellegrino che radendosi il capo e compiendo le dovute abluzioni si è con-sacrato, in vista dell’adempimento dei riti tradizionali del pellegrinaggio. Esso riflette lo stato di con-sacrazione propria di ogni fedele in preghiera, tra il suo esordio (takbir) e la sua soluzione rituale (taslim), previe le necessarie abluzioni.
In quest’ottica risulta più chiaro che l’inaccessibilità non è causata primariamente da qualche forma d’impurità, ma spesso proprio dal suo contrario, e cioè da una santità massima, inavvicinabile.
Lo stesso harim (corrotto nel termine harem) della casa tradizionale ha subito un simile processo di fraintendimento. Generalmente considerato un luogo di segregazione repressiva ed annichilitrice, esso corrisponde invece allo spazio sacro della dimora familiare, lo spazio discriminato positivamente in quanto contrapposto alla dimensione pubblica, profana del vivere sociale. Tale schema ricalca d’altronde una segmentazione dello spazio comune a molte culture del Vicino Oriente, il cui più noto prototipo è certamente il Santo dei Santi del Tempio di Salomone; riprendendo il più noto témenos greco, essa fu assunta dalla stessa architettura cristiana, soprattutto nella sua declinazione orientale, che prevede una parte dell’edificio (il presbiterio) riservata al clero, e che all’esterno delimita degli spazi inviolabili, ove nel Medio Evo erano garantiti diritti d’asilo e protezione a coloro che vi penetrassero (dal greco àsylon, inviolabile).
Se questi luoghi domestici d’eccellenza sono poi diventati dei pretesti di oppressione ai danni delle donne, ciò è del tutto eterodosso rispetto alla lettera coranica. In IV:15, non si lascia spazio a dubbi od interpretazioni segregazioniste: il confino domestico ai danni della donna è esplicitamente indicato come una punizione applicabile solo e soltanto in seguito a gravi infamità - che potrebbero aver compromesso la stabilità della famiglia e la serenità dei figli - risultando perciò del tutto ulteriore alle consuete norme di serena convivenza, che prevede per i coniugi "diritti e doveri reciproci".
Nell’ambito dell’adozione del velo femminile, quindi, la questione dell’haram andrebbe correttamente interpretata come una discriminazione positiva, che più opportunamente potremmo definire una forma di attenzione nei confronti della donna, innanzi tutto, e del suo ruolo sociale, in seguito. Basti accennare che le prime donne ad adottare il velo furono proprio le mogli del profeta Muhammad, e ciò mirava ad esaltarne il ruolo e metterle perciò al riparo dalla diffusa impudenza di alcuni concittadini medinesi. Tuttavia quest’indumento ricalca più propriamente, a livello simbolico, il rapporto con la dimensione del sacro; l’esempio forse più famoso è quello di Mosè, durante la rivelazione sinaitica della Torah [Es 34:33-5], ma lo stesso Muhammad si avvolse in un mantello in seguito all’incontro con Gabriele [LXXIV:1].
La libera, consapevole e responsabile adozione del velo testimonia quindi della coscienza dell’importanza fondamentale della donna in seno alla società, alla famiglia, ed alla stessa economia della creazione: vi ho creato in coppie [LXXVIII:8], il femminile rappresenta la cifra della compiutezza della creazione divina, tanto che “il matrimonio è metà della religione”, e dunque proprio nel rapporto dell’uomo e della donna si consolidano le premesse per una corretta adorazione del Divino. (...)
Noi donne musulmane firmatarie di questo documento, siamo parte integrante della società italiana, rispettiamo i valori, le leggi e la Costituzione di questo Paese che consideriamo nostro avendo scelto di vivere e lavorare qui, sentiamo il dovere di spiegare all'opinione pubblica italiana quanto segue:
Ancora una volta: la parola alle donne.
Altre tre storie di ritorni femminili da Sisters e da Ummusama.

Una voce autoritaria e una dolce carezza
(...) Quattro anni fa era una religione sconosciuta, talmente sconosicuta che era un luogo comune. Oggi è la mia religone, la Sola Religione che è perfetta come un cerchio che si chiude (...). >>>
A partire da Leopardi...
E' strano quanto tutto ciò che accade torni perfettamente una volta trovato il senso della vita.
Il caso non sembra più tale, fa tutto parte di un disegno che finalmente ti appare più o meno chiaro.
E se proprio non appare chiaro ti rendi almeno conto che esiste un disegno!
(...) >>>
Inizio n.2
Per un attimo, smetto di parlare in codice.

“Il velo della discordia. Loro sono obbligate a metterlo, noi le obblighiamo a toglierlo: ma le donne musulmane cosa vogliono?”
Così esordiva la copertina di Donna moderna dell’8 novembre.
Tipico slogan da giornalismo paparazzistico, ma dopo un titolo così, ci si aspetterebbe di andarsi a leggere un articolo in cui due o più donne musulmane dicono cosa vogliono.
E invece no.
Donna moderna che cosa vogliono le donne musulmane va a chiederlo a Ersilio Tonini (cardinale!!!), Livia Turco (ministro della salute!!!), Lidia Ravera (scrittrice!!!), Stefania Prestigiacomo (parlamentare!!!), Lili Gruber (europarlamentare!!!) etc. etc. etc.
Dove sono queste donne musulmane di cui si parla e chi dà a tutta quest’altra gente la legittimità di fornire un giudizio sul nostro comportamento, su ciò che siamo, su ciò che vogliamo, sul significato di quello che facciamo?
Ho preso come esempio Donna moderna, ma giusto perchè stamattina ce l'avevo sotto agli occhi e mi sono sentita un po' un fenomeno da baraccone, messa lì sopra, in bocca alla Gruber! Certo, per i media è comodo toglierci la voce e ritenerci, semplicemente,Barbablù, una favola inventata o, tutt’al più, un fenomeno da baraccone, come ha cercato di fare Vespa con la nostra dolcissima e sprovveduta sorellina diciannovenne.
Non darci voce, o ridicolizzare la nostra voce, è una fantastica arma mediatica con la quale le nostre vite, le nostre scelte, i nostri desideri, le nostre motivazioni vengono ridotte ad una specie di nevrosi di gruppo cui, politicamente, si può dare una finta risposta o evitare proprio di rispondere.
Tutti sappiamo che, nella lingua dei media, parlare del velo significa, in realtà, parlare della superiorità della cultura occidentale rispetto a quella islamica, significa parlare della superiorità della democrazia rispetto a qualsiasi altra forma di governo e rispetto a qualsiasi altra idea politica e significa non solo annullare la voce delle donne musulmane ma anche quella degli uomini musulmani e quella di qualsiasi altra minoranza politica esistente nel globo.
Certo, se Lili Gruber è tenuta a parlare di me, inventandosi, di sana pianta, una me stessa che non ha mai conosciuto, prendendo spunto dalla donna velata incontrata a Bagdad, io non ci sono, non esisto e non conto.
Ma se, improvvisamente, qualcuno volesse saperlo proprio da me, pinco pallina musulmana qualsiasi, che cosa vogliono le donne musulmane, cosa dovrei mettermi a raccontare?
Finora, in fondo, siamo state al gioco e ci siamo immedesimate a tal punto in questo assurdo doppio senso del linguaggio in codice dei media da dimenticarci la verità, tanto che, anche tra noi, non parliamo d’altro.
Pensate che ormai diciamo tutti la stessa cosa, noi e loro, sulla questione del velo e questo dovrebbe farci riflettere. Per alcuni è come dire che - sì - dobbiamo ammetterlo, la società occidentale è superiore. Perchè costringendoci a parlare in codice in realtà ci fanno dire questo, senza accorgercene. E quindi, una pinco pallina musulmana qualsiasi, per non cascare nella trappola, dovrebbe rassegnarsi a dire la semplice verità: il velo è un problema marginale! Anzi, il velo non è un problema nella/e comunità islamiche d'Italia!
Non credo che si rivelerebbe un segreto di stato sostenendo che, nel nostro codice importato, essere a favore del niqab, oggi nell’islam italiano significa, in realtà, essere intimamente convinti che esista un unico islam valido in ogni tempo e in ogni luogo e che la sunna del profeta – saas – debba essere praticata tutta per intero, anche nei casi in cui risulti impraticabile perché, per esempio, va contro le leggi dello stato in cui si vive.
Essere contro il niqab, a favore del velo o del capo scoperto, significa invece optare per il cosiddetto “islam europeo”, quello che alcuni amano chiamare “moderato”, che propone una via di equilibrio tra pratica religiosa e apertura verso il mondo circostante.
Entrambe le visioni hanno, a sostegno, innumerevoli teorizzazioni da parte dei sapienti islamici di tutto il mondo.
La prima opzione, essendo quella più restrittiva e quella appoggiata nei secoli dei secoli dai sapienti storici, incute certamente più rispetto e forse anche una certa soggezione ed è, dal punto di vista spirituale, una via veramente iniziatica che dovrebbe permettere al credente - se intimamente trasportato dal desiderio di Dio – di allontanarsi dalle futilità, dai bisogni indotti e dai condizionamenti psicologici e di impegnare ogni energia nella ricerca dell’Assoluto.
La seconda è quella che ha dato e che potrà dare a molti di noi la possibilità di non autocostringersi a disinnamorarsi dell’islam – e quindi anche della ricerca spirituale - , nel momento in cui si sceglie la sopravvivenza – per sè e per gli altri – in luogo della catastrofe.
Senza titolo
Ok, va bene, possiamo anche non farla questa cosa. Pare che non ce ne sia bisogno, a quanto mi dicono. Tanto quelle che stanno dentro alla umma la soluzione ce l'hanno e non se ne sa niente perchè le loro cose mica le vanno a dire alla Lano o - peggio - alla Sbai! Quelle che stanno fuori, invece, stanno fuori! Musulmane che vanno a fare le prostitute! Ma che musulmane? Giustamente!
Io sono un caso raro. E questo lo sapevo già. Però comunque ero al di fuori.
Certo, a me non serve più adesso. Sei anni fa, magari sì. Ma adesso... Che cosa dovrei farmene di una consulta di donne musulmane, come me, che hanno rivoluzionato il loro piccolo mondo, come me e che però adesso mi dicono che l'islam è fare questo e fare quello, chesennò che musulmana sei?
Ce l'avevo anch'io una lista di cose da fare, qualche tempo fa, non è che non ce l'avessi. Obbligatorie o superegatorie avevo una cospicua lista di cose da fare ed ho dovuto stracciarla, tutta intera, tutta in un momento.
Mi sono arrabbiata molto, lì per lì. Ma contro chi ti arrabbi se sei musulmana? Ti arrabbi con i kuffar che non capiscono e ti costringono a questo e a quello, ti arrabbi con te stessa, perchè non trovi la soluzione, t'impazzisci e no, non la trovi. Ti arrabbi con tua madre, con tuo padre, con il mondo tutto intero, perchè tu ti vuoi reinfilare dentro al tuo bel niqab ed evitarti tutte quelle noie quotidiane e sentirti perfetta e non combattere ogni giorno contro il senso di colpa-fobia dell'haram.
Poi pian piano capisci che puoi anche essere una musulmana che fa piccole cose, una modesta, che non devi mica avere il guinness dei primati su quanto ti copri, su quante preghiere fai al giorno, su quante sure conosci, su quanti hadith citi al minuto.
Ce ne saranno, credo, di quelle che hanno mollato perchè non sono riuscite a fare questo salto.
Fi-nar: nel fuoco!
Vabbè, ma io mi sento responsabile.
E me le sento vicine, anche.
Fratelli e... mujahiddin?? (III)
Ma questa dove vuole andare a parare? ![]()
Più di una volta mi è capitato di ascoltare i discorsi maschili di certi settori islamici italiani e spesso ho dovuto constatare con i miei occhi che non era il più sapiente o il più saggio ad assumere la posizione di rilievo, ma semplicemente il più restrittivo, colui che sapeva usare gli hadith come spade affilate e non sempre la sua personale condotta morale intaccava, agli occhi degli altri, ciò che egli sosteneva dal punto di vista teorico. Qualche volta si trattava del marocchino del villaggio sperduto e qualche volta del tunisino che fino all'altro ieri spacciava eroina a parco Sempione, qualche volta il leader era l'imam arrivato da un'altra città o addirittura il novellino nostrano a cui era bastato leggersi gli unici due libri di hadith esistenti in italiano per diventare di colpo la guida precettistica di tutta la umma.
Da allora questo mondo non l'ho incontrato più, ma ho ragione di credere che esista ancora, da qualche parte qui in Italia e credo che solo una donna sapiente, furba e niqabata potrebbe avere l'autorità e l'introspezione necessarie per essere il referente delle mogli di questi uomini, il loro sostegno in caso di bisogno, la loro caritas, il loro tribunale e anche la loro voce. Non certo la Sbai.
Agli italiani forse fa paura, ma il niqab è una potentissima arma in mano alle donne musulmane, specie se italiane.
Non sto parlando di niqab, sorelle, ma di difesa dei diritti islamici. E di solidarietà, di sorellanza, di dawa interna.
E' su questo che vorrei ascoltarvi, ve lo ripeto!
Se per risolvere dei problemi interni alla umma le sorelle continueranno a rivolgersi altrove o - peggio - non si rivolgeranno a nessuno, daremo ragione a quelli che tutti i giorni ci insultano e ci infangano.
Pensateci!
Tutte.
E fatemi sapere, per favore.
Sorelle (veramente però) e mujahide
In realtà mi sento fortunata per essermi trovata in Italia a vivere un divorzio islamico e non, per esempio, in Marocco.
Penso a Nora che il divorzio in Marocco se l'è dovuto letteralmente "comprare", anche se le spettava di diritto e al mantenimento dei tre figli ci ha dovuto rinunciare, altrimenti, nonostante fosse riuscita a corrompere gli avvocati con le bustarelle, suo marito sarebbe comunque riuscito ad averla vinta.
Per la burocrazia islamica italiana (...cos'è?) è come se non fossi mai stata sposata ed è per questo che è come se non avessi mai divorziato. Il mio contratto di matrimonio sta da qualche parte, non so dove. Io non l'ho mai visto. Come non esiste un documento che attesti il mio divorzio. So, però, di essere divorziata. E lo so perchè il mio imam non avrebbe problemi a risposarmi anche domani, se glielo chiedessi. Non so perchè, ma so che è così. Non so come funziona burocraticamente, ma per me le cose sono andate proprio come dovrebbero andare secondo la legge islamica. Certo nessuna sharia avrebbe potuto costringere il marito nullatenente e disoccupato a mantenere la figlia e probabilmente, se fosse stato un ricco sceicco, io non avrei accettato i suoi soldi, perchè questo avrebbe significato incontrarlo, permettergli di stare con sua figlia, affidargliela... Una commissione shariatica qualsiasi lo avrebbe ritenuto non idoneo all'affidamento, in quanto "nemico dell'islam".
Integraliste e moderate, quelle del velo e quelle della minigonna sono, per una volta, d'accordo. Per una volta non sono io a dover mettere d'accordo la niqabata e la laica, il piercing e il kimar. Per una volta sono lì, tutte insieme, a dirmi le stesse frasi, a incoraggiarmi nello stesso senso... "Trovati un bravo fratellone e risposati! Certo, prima studiatelo bene, fagli fare un po' di esami, mandalo dal tuo mahram, o da quello che tu consideri il tuo mahram, fagli delle domande, scrivi di tuo pugno il contratto matrimoniale, metti questa clausola e quest'altra e quest'altra e quest'altra ancora..." E sorelline, è proprio questo che mi commuove di voi, di voi tutte, di voi che mi insegnate a pregare e di voi che vi dimenticate di pregare, di voi che mi citate il Corano ogni due frasi e di voi che quando vi chiamo urlandovi "Assalamu alaykum" quasi vi vergognate a rispondermi, come se salutarsi in arabo fosse la cosa più out del mondo. Ormai sapete tutte quello che vorrei per la nostra umma: una comunità in cui nessuna fa caso a ciò che indossa l'altra, una comunità in cui si rispetti la sorella niqabata che ha avuto il coraggio e la tempra di fare una cosa che esiste e non è che se l'è inventato lei o il marito sciroccato e la sorella col prendisole che magari nemmeno se lo pone il problema di velarsi oppure no e ha deciso di fare il wind serf come sport agonistico. Certo in Italia quella col prendisole di problemi non ne ha. Ed è per questo che parlo solo delle niqabate. Se conoscessi una - e dico una- sorella che ha problemi a portare il suo prendisole, parlerei anche di lei.
In comune, invece, sorelline, abbiamo molto e soprattutto qualcosa di meraviglioso che è la grinta. Quella meravigliosa grinta che vi leggo in faccia, che leggo nei vostri racconti, che percepisco dalle vostre e-mail, che si trova stampato proprio là, dentro lo sguardo dei vostri figli e nella rassegnazione dei vostri (dei nostri) genitori. E' che poi ad un certo punto - lo avete visto con i vostri occhi - si sono tutti arresi: i mariti gelosi e quelli folli, i genitori troppo protettivi cristiani e musulmani, i genitori troppo severi, quelli assenti, quelli sgorbutici, i parenti, gli amici, i conoscenti.
E quindi, insomma, iniziamo noi a rispettarci l'un l'altra, che gli altri prima o poi lo faranno comunque, iniziamo a consigliarci vicendevolmente nel bene, non per tirare le une e le altre verso una concezione più rigorosa o più morbida, amiamoci... ragazze amiamoci!! così come siamo, per quello che siamo: musulmane e mujahide. Ed ora, soprattutto, mujahide! Uniamo tutte le forze e combattiamo per il nostro islam: un islam italiano che non racconti frottole per far contenti gli uni o gli altri, un'islam del cuore e della verità, un islam che si vede e che, soprattutto, si sente.
Il nostro compito non è quello di giustificarci per quello che è successo a Hina, a Khadija, a Giuseppina o ad Ubalda. Il nostro compito è quello di inserirci nel nostro tessuto sociale per fare in modo che l'islam sia l'islam e la follia delle persone tutt'altra cosa. Combattiamo per questo e non contro i fantasmi.
Solo noi possiamo iniziare. Non c'è qualcun altro che può venire qui e iniziare per noi questa battaglia. Lia ha ragione. Ci girava attorno e mi sembrava quasi che vaneggiasse e mi dicevo - e vabbè, ma cosa ci vuoi, in fondo è sempre una kafira... non pretenderai...- Non so nemmeno se crede in Dio oppure no, ma certo in questa cosa ha avuto un comportamento molto più islamico di tutte noi messe insieme e sapete che cosa vi dico? Che da oggi smetterò di pensare a ciò che per l'islam occorre rifiutare e inizierò a pensare esclusivamente a ciò che si deve accogliere, tanto i gravi eccessi, ormai, non possono più riguardarmi, sai che noia!
E quindi, riepiloghiamo.
Ogni moschea si dovrebbe dotare del suo organo: una consulta a maggioranza femminile a cui ci si può rivolgere per le problematiche tipiche - e ci dobbiamo studiare qualche faq - e una commissione d'indagine per sapere - a parte quante siamo, chi siamo e come la pensiamo - anche quante di noi sono divorziate o stanno sul punto di divorziare o dovrebbero divorziare, ma non ne hanno il coraggio.
E devo dirvi che, come al solito, di allocche così non ne conosco.
Sarò io la fortunata?
Raccontatemele le cose, per favore. No, dai! Non ve le vengo a spifferare sul blog. Qui noi si parla dei fatti nostri, mica dei vostri.
E poi... Come sono questi uomini? Chi sono? Come la pensano? In quanti hanno divorziato almeno una volta? E perchè?
Era sempre colpa loro?
Quello che dicono i sapienti sul velo
"O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è Perdonatore, Misericordioso"
(Corano XXXIII. Al-Ahzâb, 59)
Qualche sera fa Mario Sciajola, ex-responsabile della Lega Musulmana in Italia, ai 10 minuti del tg2, ha esordito dicendo di aver contattato un hulema dell'Arabia Saudita chiedendo esplicitamente se il velo è davvero una prescrizione coranica. E pare che l'hulema gli abbia detto che no - ma figurati! - ma dove sta scritto che una si debba mettere quel coso in testa e no, non è una prescrizione coranica.
Se avesse fatto il nome di questo esimio sapiente vi assicuro che il giorno dopo il consiglio degli Hulema lo avrebbe radiato per sempre. Probabilmente non ne ha fatto il nome perchè questo signore, così sapiente, poi non era! Oppure nemmeno esisteva.
Non è una provocazione. Voglio solo che vi facciate un'idea della verità su quello che dicono i sapienti sul velo.
E Ummusama è in grado di spiegarvelo meglio di qualunque altra sorella.
L'Hijâb... Perché?!
Integralisti, schiavi da cortile e quelle del velo
Che il problema sia politico è chiaro a tutti. Contro ci si stia accanendo invece è chiaro soltanto a pochi, purtroppo.
Sono tutti convinti ormai, anche da parte islamica, che esistano veramente solo due fazioni tra i musulmani: gli integralisti e gli schiavi da cortile. E' una cosa vecchia, si sa. Era vecchia anche ai tempi di Malcom X, ma l'ignoranza rende sempre attuali i pretesti per lo scontro infruttuoso, la fitna.
Anche i governi arabi giocano da sempre con queste categorie mentali, suggerendo falsi miti e mezze verità che il popolino inebetito non è in grado di verificare.
Gli integralisti, quindi, sono quelli contro i diritti delle donne, i moderati sono quelli che le vogliono liberare, gli integralisti praticano la pena di morte, il taglio delle mani e dei piedi, la lapidazione delle donne, l'infibulazione, la tortura e i moderati si battono contro queste pratiche barbariche, gli integralisti mettono le bombe, mentre i moderati sono per la pace e per la guerra preventiva, gli integralisti costringono le mogli a indossare il velo, mentre i moderati vogliono liberare tutte le donne musulmane da questo inutile fardello.
Quello che so io e che sanno anche molti di voi e che nei paesi arabi integralisti e moderati fanno esclusivamente i loro interessi e gli interessi dei loro partiti. Stop.
E giocano, gli uni e gli altri, a raccontarvi che la sharia è quella cosa che permette ad un uomo di avere 40 mogli e ripudiarne 10 senza la benchè minima conseguenza, che la lapidazione sia una prescrizione coranica, che la pena di morte sia una cosa obbligatoria per uno stato islamico, che una donna non può lavorare, che una donna non può divorziare, che una donna non ha diritti perchè è un essere inferiore.
Badate bene che sono tutti d'accordo i politici d'oltre mediterraneo su queste sette-otto prescrizioni fondamentali. E voi, ingenui che dite la Tunisia è moderata e l'Algeria è integralista e vi immaginate chissà quali e quanti differenze, forse, oppure in fondo lo sapete che, chissà perchè, integralisti o no, si tratta semplicemente di governi che in Italia chiameremmo "mafiosi".
Non sono gli integralisti quelli che detengono persone innocenti nelle carceri segrete per conto dei governi occidentali o per simpatizzare con essi, non sono gli integralisti quelli che praticano regolarmente la tortura, non sono integralisti i governi viziati e corrotti che infestano nord-Africa e medio oriente.
E quindi non crediate che i problemi del mondo arabo si possano risolvere costringendo la berbera di turno a togliersi il velo e indossare i jeans per liberarsi dalla sua condizione. La miseria, l'analfabetismo, l'ignoranza spirituale, la non comprensione della portata rivoluzionaria della religione islamica questi sono gli ostacoli da debellare, non l'hejab!
La donna a cui non puoi togliere l'hijab nemmeno col ricatto è quella istruita e colta, quella libera, veramente libera, che combatte in prima persona per i propri diritti e per i diritti delle sorelle, che urla contro l'infibulazione, contro i maltrattamenti domestici, contro le lapidazioni di stato, che si batte per il divorzio e per il diritto all'istruzione, contro i ripudi insensati e senza tutela alcuna che buttano le donne per la strada, senza soldi, senza un lavoro, senza una casa e coperte dall'onta del disonore per reati mai commessi.
Queste sono quelle del velo, non quelle contro. E, nel caso in cui non lo portino, sono comunque per il diritto ad indossarlo, non per il vezzo di toglierlo. Loro sono contro gli integralisti e contro tutti quegli schiavi da cortile che in Italia paiono avere un successo strepitoso, perchè dicono dell'islam ciò che alla gente piace sentirsi dire. Loro, quelle del velo, esulano dagli schematismi da tiggì e da Corriere e si battono per garantire a se stesse e a ogni donna musulmana gli inalienabili diritti umani e shariatici senza i quali non potrà mai esserci nessuna speranza di pace nel mondo arabo.
E mi fanno solo ridere quelli che s'inventano una nuova interpretazione del Corano per far contenti gli italiani e mi fanno pena, anche.
In Italia tutte queste donne musulmane costrette e ghettizzate di cui parla la tivvù in questi giorni io non le ho mai viste. E ppure ne conosco: marocchine, algerine, senegalesi, pakistane, banglesi.... ma sarà un caso che proprio io conosco tutte quelle toste e dritte e che invece tutte quelle che conosce la Sbai siano delle povere allocche.
Certo, magari la senegalese ha divorziato dal malibù, la marocchina ha sclerato con l'italiano convertito per finta che pensava di poterla soggiogare a piacere, la banglese lavora 16 ore al giorno dentro il suo negozio e ci si è portata pure il frigorifero e i fornelli, però sono donne che sanno esattamente cosa c'è scritto sul Corano e che pretendono per se stesse e per gli altri "quel" trattamento, non quello occidentale ed così che si sono libe